Notarelle critiche d’ascolto di Proman (semifinali)

NOTARELLE CRITICHE D’ASCOLTO
a cura di Proman Il Buono

SEMIFINALI SEGHIZZI 2018

Cat. 1 a

 

– La sezione maschile dell’Associazione Musicale Gruppo Vocale Novecento ha esordito nella categoria di musica rinascimentale proponendo un brano del compositore spagnolo Cristobal de  Morales: Circumdederunt me gemitus mortis. Il gruppo è subito apparso assai ben equilibrato nelle sue componenti, con ottima intonazione e pulizia di suono. Se possibile ancor più valorizzata l’espressività del gruppo, l’efficacia e compattezza timbrica generale nel famoso brano di Victoria O vos omnes, con ottima tecnica di falsetto per le parti di canto e alto. La vèr l’aurora è un gradevole e mosso madrigale a 4 voci del Princeps Musicae. Fresca e pregevole è parsa l’esecuzione da parte del gruppo di San Bonifacio, con ottimo fraseggio ed espressività generale.

– Il gruppo vocale misto The Blossomed Voice di Verbania ha presentato un interessante e inconsueto programma in questa categoria, esordendo con Adoramus te Christe a 6 di Monteverdi, eseguito a parti reali, con grande sensibilità e precisione, riuscendo a valorizzare al massimo la complessità dell’intreccio polifonico-imitativo. La vera chicca è stata l’esecuzione di Carmina Chromatico, Sybilla Persica e Sybilla Lybica di Orlando di Lasso, pagine poco frequentemente eseguite e per l’epoca armonicamente assai ardite. Intonazione e fraseggio sempre assai curati. Il programma è stato concluso con una superba esecuzione di Dessus le Marché d’Arras, sempre di Lasso, a 6 parti reali. Intreccio contrappuntistico vertiginoso, reso con grandissima leggerezza, precisione e senza apparente sforzo. Sembra proprio che la lezione stilistica dei King’s Singers cui sembra almeno in parte ispirarsi il gruppo, venga fatta propria in modo originale da questi ragazzi ossolani, ripensata e adattata alle (notevoli) forze in campo.

Cat. 1 c

La categoria musica romantica ha purtroppo visto la sola partecipazione della sezione maschile dell’Associazione Musicale Gruppo Vocale Novecento. Tra i pezzi eseguiti spiccano i due omaggi a Gounod nel bicentenario della nascita e a Rossini nel 150° della morte. In particolare, l’Ave verum di Gounod ha messo in luce un attento lavoro sulle dinamiche da parte del direttore, che sono risultate assai dosate e curate, mai arbitrarie, ma assecondanti la logica musicale del momento. In Rossini (Preghiera “Tu che di verde prato”) è balzata evidente la particolare morbidezza timbrica dei tenori primi, con un tipo di emissione mista assai vicina al falsetto, forse qui non completamente in stile, ma comunque avente un suo fascino.

Cat. 1 d

– La compagine giovanile del Tonal Choir di Teheran, dopo un buon esordio con il famoso e ritmico brano Daemon Irrepit Callidus dell’ungherese Orbàn, dove si è solo notato un certo suono di gola dei tenori, ha fornito la prova migliore nel brano di Augustinas, basato su un canto lituano. Suggestivo soprattutto l’inizio aleatorio della sezione femminile su un doppio pedale delle voci maschili e abbinata realizzazione scenica, che il pubblico ha dimostrato di apprezzare alla fine dell’esibizione.

– Il coro filippino “Imusicapella” ha presentato tre impegnativi e affascinanti brani dell’americano Stroope (Conversion of Saul), del lituano Svilainis (Laudate Dominum) e del filippino Nilo Alcala II (Dayo Dayo Kupita): se dal punto di vista tecnico il coro si è dimostrato sicuramente una compagine solida, con esecuzioni precise e rifinite nei particolari, si è avuta qua e là l’impressione di una certa mancanza di partecipazione interiore, di “sacro fuoco”, soprattutto nella lenta sezione finale del pezzo di Stroope, e nel crescendo dinamico finale dello splendido pezzo di Svilainis. Nel brano di Alcala, autore della loro terra, ciò non si è invece avvertito, e anzi era palese che il coro si trovasse del tutto a proprio agio con le atmosfere pentatoniche e i virtuosistici ostinati ritmici con cui è costruita la pagina.

– L’esordio de The Blossomed Voice nella categoria musica contemporanea avviene con un classico del Novecento come O sacrum convivium di Messiaen (1937), una scelta da un lato affascinante, dall’altro assai rischiosa per un gruppo a parti reali e in un’acustica piuttosto secca come quella del Teatro Verdi. Dobbiamo dire che il gruppo di Verbania ha sicuramente superato l’arduo cimento, aggirando anche i pericolosi scogli dell’intonazione. Il meglio è comunque venuto subito dopo, con una straordinaria esecuzione della deliziosa e frizzante chanson a 5 di Lauridsen “En une seule fleur”, resa con sopraffina poesia e sensibilità. A seguire, l’arcinoto Ubi caritas di Ola Gjeilo: chi si aspettava l’ennesima inutile interpretazione di un pezzo a dir poco inflazionato ha dovuto certamente ricredersi e di molto. L’eleganza del fraseggio, l’accorata partecipazione interiore e un’intonazione che ha rasentato la perfezione, hanno creato un piccolo-grande miracolo.

– L’indonesiano ITB Student Choir ha dimostrato di possedere un suono compatto e ben bilanciato. Ha fornito una convincente e decisa interpretazione di Ov’è lasso il bel viso di Lauridsen, per passare alle neoromantiche atmosfere del giovane compositore americano Jake Runestad, sino ad approdare al più tagliente stile dell’Ave Maria dell’indonesiano Ivan Yohan, con una sapiente realizzazione dei delicati equilibri richiesti dall’episodio iniziale in stretti canoni all’unisono delle voci femminili sino alla virtuosistica sezione finale, affrontata con sicurezza e slancio.

– Il Gruppo Vocale Novecento è passato dalle luminose e gradevoli atmosfere di Sweet di Manolo Da Rold, rese con appropriata poesia e precisione, alla tristezza nostalgica di “Nert” di Giorgio Susana, dove balzava evidente l’assonanza col mondo del canto popolare, sino a una interessante parafrasi della sequenza gregoriana Victimae Paschali Laudes firmata da Philip Lawson, ex baritono dei King’s Singers: timbricamente affascinanti le piene armonie a 6 voci conglobanti anche le parti in falsetto, in tutto a formare un insieme assai compatto e suggestivo.

– Il secondo coro indonesiano oggi in gara, il Diponegro University Choir, ha esordito con “Exultate Deo” del compositore Budi Susanto Yohanes, anch’egli indonesiano. Il brano è parso interessante, specialmente dal punto di vista ritmico e ben eseguito dalla giovane compagine. A seguire O magnum mysterium di Poulenc, interpretato in modo preciso, per finire con Ego sum lux mundi di Josu Elberdin.

– L’ucraino Polachoir possiede delle sezioni ben caratterizzate timbricamente (impreziosite da un’ottima sezione di bassi) con accordi ben bilanciati e omogenei, suono pulito nei lunghi pedali e conseguente ottima tecnica di respirazione collettiva. Caratteristiche che sono balzate evidenti nel Magnificat di Arvo Pärt, anche se non si è capita l’arbitraria scelta di abbassare di un semitono l’esecuzione: probabilmente per attaccare nella stessa tonalità il successivo e complesso Pater noster di Miškinis (con divisioni sino a 16 voci), dove è stata molto ben giocata la sezione aleatoria iniziale, con la progressiva stratificazione degli ostinati ritmico-armonici sino a creare la straordinaria sensazione di una massa di fedeli caoticamente ma sommessamente implorante. Ha concluso l’esibizione un altro fascinoso pezzo dalla grande verve ritmica, questa volta del giapponese Ko Matsushita: “O lux beata Trinitas”, scritto nel 2006. Il coro ha confermato la sua precisione esecutiva in brani sì complessi, ma anche assai interessanti musicalmente. Unico piccolo neo: si è avuta a volte la sensazione di una certa limitatezza dinamica del gruppo verso le dinamiche forte-fortissimo.

Cat. 2 a

 

– L’ucraino Polachoir ha aperto le fila delle esibizioni nella categoria canto popolare con l’atmosfera assorta, elegiaca e sospesa dei primi due brani, entrambi basati su una melodia affidata a un soprano solista, sottoposta a ripetizioni lievemente variate, con coro in funzione di accompagnamento. Sono balzate evidenti la bellezza, pulizia e levigatezza del suono di questa notevole compagine. L’introduzione all’ultimo pezzo ha messo in luce la bellezza timbrica e ricchezza di armonici della sezione contralti, per poi sfociare nella Drimba del compositore Zubitskii, dove il tempo si fa assai vivace, creando in tal modo un elettrizzante finale, contrastante col resto del programma.

 

 

– Il Coro de càmara “Oretania”, proveniente da Ciudad Real (Spagna) ha esordito in questa categoria con un brano mosso e piacevole di Domingo Gonzàlez De La Rubia, eseguito con adeguato slancio, nonostante qualche piccolo problema di tenuta dell’intonazione. Notas de Espuma del direttore del gruppo Daniel Banez Lechuga è una gradevole habanera, eseguita con una piccola ma gradevole coreografia, nonostante anche qui si sia notata una certa imprecisione d’intonazione. Anche l’ultimo brano in programma era firmato dal direttore: a parte una palese instabilità d’intonazione nei lunghi pedali affidati alle voci maschili, il gruppo si è riscattato nella più mossa 2ª parte, sicuramente meglio eseguita.

 

 

– Il rumeno Aletheia Choir stupisce soprattutto per l’originalità del 1° brano, Bocete strabune di Alexandru Pascanu: una specie di processione funebre, in cui sorprende anche in senso timbrico la straniante atmosfera creata dall’alternanza o dalla compresenza di coro parlato, percussioni (wood-block e campane tubolari) e  accordi dissonanti del resto del coro. La particolare realizzazione scenica ha fatto il resto.

Più tradizionali le due polke finali in programma, sebbene la seconda, Ciocarlia di Constantin Rapa, si sia fatta notare per la gustosa, divertente, scherzosa e irriverente atmosfera creata da un volutamente stucchevole ostinato tonica-dominante ripetuto all’infinito in tempo mosso, sopra il quale succedeva veramente di tutto…

 

 

– Gli indonesiani del Diponegoro University Choir presentano invece una piacevole folksong di Aceh, seguita dalla suadente canzone d’amore “Mande – Mande”, di Farnam Purmana, dove è protagonista un tenore solista contornato dal resto del coro che tesse una morbida trama dalle armonie ricercate.

Ahtoi Porosh (“ragazza bellissima”) è invece una folksong della regione del Borneo sapientemente elaborata dall’affermato compositore indonesiano Budi Susanto Yohanes. Colpisce l’esordio con l’emissione delle vocali volutamente aperta e quasi di gola da parte della sezione femminile, momento di grande fascino timbrico. Splendida anche la mossa sezione finale.

 

 

– La raffinatezza tecnica e musicale della sezione maschile del Gruppo vocale Novecento ha permesso di godere appieno di tre canti popolari italiani, che davvero risultano come trasfigurati dopo questo ascolto choc. Troppi cori popolari di scarsa qualità sono stati nei decenni la tomba della coralità alpina, mentre ora eccoci a gustare increduli la suadente morbidezza del canto della Val di Fassa Tra le cime, armonizzato da Gianni Malatesta. Equilibri e intonazione perfetti anche nel successivo laziale “C’erano tre sorelle” elaborato da Luigi Pigarelli (storico armonizzatore ben noto a chi ha dimestichezza col repertorio della SAT). Ciliegina sulla torta è risultato essere “Il cacciator del bosco”, elaborato ancora da Malatesta, con una superba esecuzione curata nei minimi dettagli. Abbagliante la bellezza timbrica e compattezza sonora della cadenza conclusiva in fortissimo.

 

 

– L’altro coro indonesiano, l’ITB Student Choir di Kota Bandung ha colpito in questa categoria, oltre che per gli sgargianti costumi tradizionali e relative coreografie (uno spettacolo nello spettacolo), soprattutto per la grande qualità delle sue trascinanti esecuzioni, aventi come comune denominatore una notevole precisione ritmica e soprattutto un gran bel suono. Segnaliamo in particolare la folksong Gai Bintang, come sempre elaborata in modo esperto e originale da Budi Susanto Yohanes, e il bellissimo e trascinante Benggong di Ken Steven.

 

 

– Il Tonal Choir di Teheran, pur non possedendo le qualità tecniche dei gruppi precedenti, con un suono non sempre limpido e qualche vibrato di troppo nei soprani, ha presentato un programma musicalmente interessante, specialmente i primi due brani, di cui il secondo, la pregevole elaborazione del canto iraniano Konus Kale, è stato a nostro giudizio quello meglio cantato.

 

 

2 b

 

– Il coro spagnolo Oretania esordisce nella categoria spirituals con il classico The battle of Jericho elaborato dal compianto Moses Hogan: esecuzione decisa e di carattere, con qualche “buco” nelle sezioni centrali maschili sugli accordi divisi a 4. Personalità da vendere e grande energia esecutiva confermati nel successivo I can tell the world, sempre elaborato da Moses Hogan: davvero un arrangiamento esplosivo. Concludeva l’esibizione Catch the rainbow, un brano originale del direttore Daniel Banez Lechuga in stile swing.

 

 

– I rumeni dell’Aletheia Choir hanno invece scelto di aprire l’esibizione con lo spiritual Wade in the Water, nell’arrangiamento molto interessante di John Conahan, che prevede un baritono solista, il tutto cantato con grinta e precisione. Dopo Bottom of the River, in cui v’era stavolta un tenore solista, l’esibizione si chiude con un altro classico e virtuosistico arrangiamento di Moses Hogan: Elijah Rock. Lo sfruttamento delle tessiture estreme delle voci in acuto e in grave ha mostrato qualche limite di dinamica, soprattutto nei soprani con un suono un po’ piccolo e debole. Non è chiaro poi il motivo del raddoppio all’unisono della frase solistica dei contralti da parte dei tenori, che sì rinforzano il tutto ma modificano anche irrimediabilmente il particolare colore voluto dall’arrangiatore. Sono comunque osservazioni marginali che non offuscano certo un’ottima esecuzione.

 

 

– Gli indonesiani del Diponegoro cantano in questa categoria davvero con un bel suono e belle dinamiche, nonostante la tenuta dell’intonazione non sia sempre ottimale (come nel 1° brano). Anch’essi poi scelgono I can tell the world già cantato dagli spagnoli: il tempo staccato è certamente più lento, ma si ribadisce che il suono fosse molto bello, così come le messe in voce sugli accordi tenuti, realizzate in modo molto omogeneo ed equilibrato.

 

2 c

 

– I filippini di Imusicapella hanno dato luogo nella categoria pop-jazz a un’esibizione capolavoro, a partire dall’altissima qualità degli arrangiamenti presentati, per non parlare della magistrale e splendida esecuzione degli stessi. Siamo passati da Seasons of love di Jonathan Larson elaborato dal celebre compositore filippino John Pamintuan, per passare a Imagine di John Lennon, elaborata, o per meglio dire ricreata (tanto è in questo caso l’apporto personale dell’arrangiatore in termini di fantasia) da Nilo Alcala, per finire con un arrangiamento di Let in be dei Beatles che ha fatto scuola, scritto attorno agli anni ’80 da un altro grande compositore filippino, Ryan Cayabyab, pagina questa da tempo “sdoganata” internazionalmente dai Philippines Madrigal Singers.

 

 

– Della esibizione del Tonal Choir di Teheran ha colpito soprattutto l’esecuzione di From a distance di Julie Gold: un grande plauso innanzitutto alla bravissima soprano solista, che ha interpretato con anima, passione e stile il brano, supportata in modo convincente dal resto del coro.

 

 

– I rumeni dell’Aletheia Choir hanno esordito con una curiosa composizione basata su una melodia raccolta da Bartok nel 1913, con delle sezioni improvvisative ben giocate dai solisti del gruppo. A seguire un raffinato arrangiamento del celebre Where do I begin? Di Francis Lai, dal film anni ’70 Love Story, nell’arrangiamento di Adrian Lucas, ben cantato, con la dovuta espressività e cura nelle dinamiche.

Per finire, un classico degli Swingle Singers, Mack the knife di Kurt Weill arrangiato a 8 voci da Ward Swingle. Buona l’esecuzione di questa assai gradevole, ardua, complessa e modulante pagina, anche se senza i microfoni, per i quali questo arrangiamento in definitiva è pensato, faticavano un po’ ad emergere le linee dei bassi imitanti il pizzicato di contrabbasso.

 

 

– Ultimo coro ad esibirsi in tale categoria è stato il gruppo spagnolo Oretania, che ancora una volta ha mostrato molta carica ed energia, oltre che grande disinvoltura sul palcoscenico, unitamente a un ottimo tasso tecnico, misurandosi con attraenti arrangiamenti come il molto ritmico Living on a prayer di Jon Bon Jovi, o un classico dei classici come In the mood di Glenn Miller in una versione assai interessante, sino ad arrivare a (I’ve had) the time of my life (da Dirty Dancing) arrangiato da quel mago che è Deke Sharon.

 

3

 

La categoria 3 di musica contemporanea ha visto l’esecuzione da parte di tre cori di due brani tra quelli scelti l’anno precedente per il concorso di composizione corale. Si tratta del ritmico Passer deliciae meae puellae di Matteo Salvemini e dell’espressivo e diatonico Invocazione a Venere di Gabriele Saro. Le esecuzioni migliori sono sembrate essere in entrambi i casi quelle degli Ucraini del Polachoir, che hanno sfoderato un suono davvero magnifico, oltre a una complessiva precisione di lettura davvero ammirevole.